Consulenza aziendale e manageriale

Consulenza Creativa di Impresa

Un'idea che non sia pericolosa non merita affatto di essere chiamata idea

Oscar Wilde
Immagine
 Intestazione... di Admin

Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 

 

La circolare interministeriale del 12 maggio si spende sia per una temporanea “applicabilità”, sia per un intervento macro, sia per una revisione in “casa” dei singoli enti in sofferenza.

L’articolo 4 del decreto legge n. 16 del 6 marzo 2014 (convertito con modificazioni dalla legge n. 68/2014) contiene alcune complesse disposizioni in merito al mancato rispetto, da parte della contrattazione integrativa delle regioni e degli enti locali, dei vincoli finanziari via via intervenuti.

Una questione cosi “calda“ e così diffusa e ampia da non trovare completa definizione nel citato articolo 4 ma, almeno per il caso del Comune di Roma (e non solo), ci si è trovati di fronte ad un intervento di carattere eccezionale come la circolare interministeriale del 12 maggio 2014, che prevede un percorso, in parte diverso, proprio sull’applicazione del d.l. 16/2014.

Non è, quindi, semplice analizzare le nuove norme. E’ comunque necessario premettere cha la questione non nasce adesso, ma è spesso il frutto di un accumularsi di vari fattori: contrattazione integrativa “allegra” e stratificata spesso in più anni, norme di legge intervenute (“Brunetta“, d.l. 78/2010, varie finanziarie, ecc.) che hanno portato controlli e riduzioni spesso ad impatto immediato, mancato adeguamento delle norme contrattuali entro il 2012 (art. 65 d.lgs. 150/2009). Insomma un coacervo di condizioni a cui si sono aggiunti interventi (o probabili interventi) della Corte dei conti, nonché ispezioni del Mef.

A fronte di questa situazione il d.l. 16/2014 cerca di prendere atto e di prevedere un percorso che permetta, a molte amministrazioni, di rientrare nei limiti di legge anche con tempistiche di medio se non lungo periodo.

Il comma 1 dell’articolo 4 è la norma base dell’impianto. In primo luogo la questione interpretativa riguarda l’ambito di applicazione. Si parla di regioni ed enti locali ma non dell’attuale comparto di contrattazione. Ciò significa che camere di commercio o ex Ipab (attualmente sottoposti alle norme del contratto di comparto Regioni e autonomie locali) sono escluse dalle norme del decreto legge. Più dubitabile la questione relativa agli enti regionali. Analoghe considerazioni si possono porre per il CCNL della relativa Area dirigenziale.

La norma impone alle amministrazioni che non hanno rispettato i vincoli finanziari posti alla contrattazione collettiva integrativa il recupero delle somme erogate indebitamente con un graduale riassorbimento a carico dei fondi per il trattamento accessorio per un numero massimo di annualità legato agli anni in cui vi è stato il superamento dei vincoli. Già questa previsione pone qualche problema interpretativo perché, a parità di somme indebitamente erogate, se l’esborso indebito si è verificato in pochi anni il recupero dovrebbe essere più pesantemente concentrato in un periodo ristretto.

Le regioni adottano una riorganizzazione strutturale che può portare alla riduzione degli organici dirigenziali per almeno il 20% e per il restante personale del 10%. Gli enti locali devono garantire la riduzione delle dotazioni organiche entro i parametri di cui al decreto ex articolo 263,comma 2, del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267. Il personale in soprannumero sarà oggetto delle misure di cui all’articolo 2 del d.l. 95/2012 (prepensionamento, mobilità, part time, procedure di esubero). Nello stesso tempo le cessazioni dal servizio, per le finalità di recupero, non potranno essere utilizzate per la determinazione delle quote di turn over.

Il comma 2 consente agli enti, in regola con il patto di stabilità interno, di poter utilizzare per il recupero anche le economie derivanti dai piani di razionalizzazione di cui al d.l. 98/2011, stornandole così dalla loro destinazione originaria.

Il comma 3 dell’art. 4 è la norma più complessa e di difficile interpretazione. L’ambito applicativo non è facilmente individuabile: senz’altro si applica agli enti in linea sia con il patto di stabilità interno, sia con le norme in materia di spese e assunzione del personale e con le disposizioni di cui all’art. 9 commi 1, 2 bis, 21 e 28 del d.l. 78/2010 e che non abbiano già avuto riconoscimento giudiziale di responsabilità erariale in materia. Più problematico interpretare la norma: Fermo restando l’obbligo di recupero previsto dai commi 1 e 2, non si applicano le disposizioni di cui al quinto periodo del comma 3-quinquies dell’articolo 40 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, agli atti di costituzione e di utilizzo dei fondi, comunque costituiti, per la contrattazione decentrata adottati anteriormente ai termini di adeguamento previsti dall’articolo 65 del decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150. Si dovrebbe ritenere che mentre i commi 1 e 2 si riferiscono a fondi esorbitanti, il comma 3 si riferisce ad amministrazioni che possono avere fondi esorbitanti ma che, comunque, hanno distribuito le risorse contrattuali in modo contrario sia alla legge (in particolare la 150/2009) sia ai CCNL. In questo caso, quindi, l’oggetto della norma sarebbe direttamente la contrattazione integrativa: infatti il quinto periodo del comma 3 quinquies dell’art. 40 d.lgs. 165/2001 (che secondo il comma 3 verrebbe, nei casi ivi previsti, reso non applicabile) prevede proprio la nullità delle clausole contrattuali, la loro non applicabilità e sostituzione ai sensi del codice civile. In questo modo le clausole contrattuali, ancorché illegittime, non essendo state colpite da nullità avrebbero, all’epoca, comunque prodotto i loro effetti e quindi non si dovrebbe procedere a recupero sui lavoratori e non vi sarebbe responsabilità erariale da parte dei soggetti responsabili (anche se può, forse, permanere qualche dubbio su quest’ultimo punto).

I commi 3 bis, ter e quater sono relativi ai lavoratori socialmente utili prevedendo che, per il periodo 2010-2013, le amministrazioni che hanno superato i vincoli di spesa del personale possano pagare le competenze dovute senza incorrere in sanzioni ma anche senza consentire il consolidamento delle posizioni lavorative, ossia la “stabilizzazione”. L’eventuale, legittimo percorso di assunzione rimane legato a quanto previsto dal d.l. 101/2013 e dalla legge 147/2013.

Tutto risolto? Evidentemente no, se è stato necessario l’intervento (peraltro atipico) di una circolare che si potrebbe definire “interpretativo/normativa”.

Uno dei problemi ancora sul tappeto (almeno da quanto si evince dalla situazione romana) sta nel fatto che la logica, comunque sottesa a tutto l’art. 4 del d.l. 16/2014, risiede in un elemento: le erogazioni sull’accessorio, sia dovute a esorbitanza sia illegittime, intanto cessano e, da ora in poi, si provvede a recupero sui fondi ai sensi dei commi 1 e 2 del citato art. 4.

Ma in questo modo, in alcune situazioni, l’effetto sulle retribuzioni è immediato e pesante (non vi è recupero sui singoli lavoratori ma certo c’è decurtazione rispetto a prima). La situazione (che doveva essere affrontata prima: nel periodo di adeguamento e anche dopo!!!) rischia di essere fuori controllo e il rischio pesante di responsabilità erariale si pone. Infatti è vero che le norme contrattuali non sono colpite da nullità ma ciò dovrebbe valere solo per il pregresso e, dato che comunque si deve procedere a recupero, erogare ancora (e quindi incrementare il recupero) è un nonsenso sia giuridico sia economico. Nello stesso tempo, nel decreto legge (ora convertito) si fa riferimento, non applicandole, alle sanzioni dell’art. 40 del 165/2001 ma non alla sanzione di non-applicabilità di cui all’art. 65 comma 4 del d.lgs. 150/2009.

Da qui, sembra, l’esigenza della circolare che si spende sia per una temporanea “applicabilità”, sia per un intervento macro (legislativo o contrattuale – quadro o nazionale), sia per una revisione in “casa” dei singoli enti in sofferenza.

La situazione permane “calda” e complessa. L’unico auspicio è che, a differenza del passato, tutti i soggetti coinvolti, a tutti i livelli, locali e nazionali, si diano da fare evitando di aspettare l’uno le mosse dell’altro.

Articolo (p)Link Commenti Commenti (0)  Storico Storico  Stampa Stampa
 

 

...

Oltre alle fontiesaurientemente descritte dal Comune di Savona nella sua richiesta di parere, devono aggiungersi, per fornire la completezza del quadro, C.d.C. Sez. contr. Toscana 11.02.2010 n. 8, C.d.C. Sez. contr. Lazio 10.04.2012 n. 23, C.d.C. Sez. contr. Emilia Romagna 24.09.2012 n. 371 le quali, su quesiti sostanzialmente analoghi, hanno espressamente affermato che l’obiettivo del contenimento di spesa del personale, tenacemente perseguito dal Legislatore proprio a partire dalla l. 296/2006, non ha valore assoluto, nel senso di assicurare una riduzione della spesa pubblica unitariamente considerata, ma, più semplicemente quella di assicurare un concorso degli enti locali al raggiungimento di tale obiettivo, considerato nel suo importo complessivo. In tale ottica il limite di spesa è stato riferito <<solo alle spese finanziate con entrate in libera disponibilità dell’Ente e non alle spese finanziate da risorse provenienti da enti terzi e astrette da un vincolo di destinazione>> (così, espressamente, C.d.C. Sez. contr. Lazio 23/2012) che non comportano alcun aggravio per il bilancio dell’Ente non devono essere ricompresi nel computo delle spese di personale da assoggettare ai limiti di contenimento. Appare peraltro opportuno osservare come il parere della Sezione di controllo della Toscana si riferisse anche a contributi statali e regionali relativi al personale dipendente assunto a tempo determinato (quindi in una fattispecie analoga a quella oggetto del presente parere) dalla Provincia di Massa Carrara.

In posizione peculiarmente diversa, ma del tutto isolata, C.d.C. Sez. contr. Lombardia 3.07.2013 n. 281 la quale ha ritenuto che nelle componenti escluse non possano rientrare finanziamenti o contributi provenienti da altri enti pubblici ma solo quelli totalmente provenienti da finanziamenti comunitari o privati.

3.     La valutazione della Sezione sulla questione sottoposta

          Il Comune di Savona chiede di conoscere se nel complessivo ambito applicativo dell’art. 1557 l. cit. debbano rientrare le spese di personale finanziate totalmente da contributi nazionali.

Questa Sezione ha già più volte affrontato il problema del computo di spese di personale finanziate con proventi esterni all’ente in sede di esame delle varie previsioni di tetti inserite all’interno delle varie manovre finanziarie succedutesi in questi ultimi anni (C.d.C. Sez. contr. Liguria 21.02.2011 n. 9, con specifico riferimento all’art. 68 d.l. 31.05.2010 n. 78; C.d.C. Sez. contr. Liguria 2.03.2012 n. 9, con specifico riferimento all’art. 928 d.l. n. 78/2010 cit.) sottolineando come siano del tutto estranee quelle fattispecie che non comportino alcun coinvolgimento economico del Comune, a prescindere dalla natura pubblica o privata degli enti finanziatori, dovendosi logicamente riferire l’obbligo di risparmio e di contenimento delle spese all’ente direttamente interessato.

Tale impostazione è esattamente conforme a quella proposta dalle Sezioni Riunite le quali affermano espressamente che i vari limiti di spesa previste da varie disposizioni normative hanno la peculiare funzione di conseguire dei risparmi sul bilancio del singolo ente e non quella <<di ridurre tout court , le spese connesse a suddette prestazioni, a prescindere dall’impatto sul bilancio dell’ente>>, specificando conseguentemente che non rientrano in tali limiti <gli oneri coperti mediante finanziamenti aggiuntivi e specifici trasferiti da altri soggetti pubblici o privati>>.

Pertanto non si può non ribadire che i limiti di spesa di personale, unitariamente intesi a prescindere dalla diversificata fonte primaria in cui i medesimi si trovano a risiedere, la cui finalità è solamente quella di fare contribuire anche gli enti locali allo sforzo di risanamento della finanza pubblica, non si riferiscono alle spese finanziate da risorse provenienti da altri enti e caratterizzate da un vincolo ancorché generico di destinazione.

Pertanto la Sezione, confermando il suo costante orientamento in materia, conclude nel senso di ritenere che nel calcolo della spesa per il personale a tempo determinato, anche ai fini della verifica del rispetto del limite fissato dall’art. 1557 l. 296/2006, non debbano rientrare gli importi derivanti da contratti di assunzione il cui costo sia finanziato interamente da fondi europei o da altri enti pubblici o privati.

 

Articolo (p)Link Commenti Commenti (0)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Pagine: 1