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Un'idea che non sia pericolosa non merita affatto di essere chiamata idea

Oscar Wilde
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 Homo Digitalis... di Massimo Vasi

Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Novella Fabbri (del 14/06/2012 @ 11:33:20, in NOTIZIE DI CONSULENZA IN EVIDENZA, linkato 36073 volte)

Girando per la rete ho scovato questo interessante articolo di Luca Salvioli sull’utilizzo dei social network in azienda  e su come nella realtà dei fatti l’utilizzo dei social network fa bene per la propria carriera. Vediamo perché …


“Chi condivide va avanti. Fa carriera, incoraggia il team, valorizza idee e professionalità facendo crescere se stesso e l'azienda per cui lavora.” Le conclusioni di una ricerca realizzata da Millward Bown per Google, smontano alcuni luoghi comuni sull'uso dei social network sul posto di lavoro.


Emerge che chi li adopera per motivi professionali fa carriera più facilmente: l'86% degli intervistati è stato promosso di recente contro il 61% di chi non ne fa uso. È inoltre mediamente più soddisfatto del lavoro e si ritiene il 25% più produttivo ed efficiente. Non solo, più si sale nella scala gerarchica più i social network diventano familiari: il 71% di chi fa parte degli "staff senior" li impiega almeno una volta a settimana, contro il 49% degli utenti in ruoli junior.


«L'obiettivo della ricerca non è fornire una fotografia complessiva dell'adozione degli strumenti sociali online nell'industria italiana ed europea - spiega Roberto Rossi, analista di Millward Brown -. Abbiamo interrogato i dipendenti di aziende dove questi strumenti sono già disponibili, vedendo quali conseguenze hanno per chi ha una maggiore attitudine all'innovazione». Il campione è di 2.700 dipendenti in Italia, Gran Bretagna, Francia, Germania, Olanda, Spagna e Svezia provenienti da diversi settori: telecomunicazioni, media, trasporti, farmaceutico, retail, logistica.


La premessa è che internet ha cambiato la relazione tra sfera personale e professionale. L'esplosione dei social network come Facebook, Twitter e LinkedIn ha reso l'esperienza quotidiana della tecnologia fuori dall'azienda più smaliziata rispetto a quella che si trova sul posto di lavoro. Chi sa usare questi tool può aumentare la rete di conoscenze, tenere aggiornati amici nuovi e vecchi, rendersi più disponibile per il mercato del lavoro. C'è chi coltivando la sua reputazione online riesce a farsi un nome, il che non è un dettaglio visto che la ricerca su Google di nome e cognome è un modo per ottenere informazioni prima di un colloquio di lavoro, un meeting, un appuntamento. Proprio perché sfera professionale e personale tendono a mescolarsi, la ricerca consiglia di prestare particolare attenzione alla cura dei propri profili online, che oggi «sono un'estensione del curriculum».


Sull'onda di questo fenomeno che nasce nella sfera privata alcune aziende hanno implementato strumenti che cercano di riprodurre un' ambiente di collaborazione e interazione online con un fine dichiaratamente professionale.

L'indagine prende in esame Jive, Yammer e Chatter, che permettono di lavorare a un progetto comune a distanza, condividendo le idee, abilitano la creazione di profili personali, community, chat, blog.

I media sociali sul posto di lavoro consentono di trovare più rapidamente persone, informazioni e competenze (41%), favoriscono collaborazione e condivisione della conoscenza (37%), la crescita della rete di contatti (34%), riducono quantità e lunghezza delle mail (31%).
 

A sorpresa l'Italia, insieme alla Spagna, è il Paese che  mostra il maggiore entusiasmo nei confronti dei social media sul posto di lavoro: un terzo del campione italiano (34%) dichiara di usare Facebook, LinkedIn, Twitter e Google Plus almeno una volta al giorno per attività professionali.


©lucasalvioli
 

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Di Novella Fabbri (del 07/06/2012 @ 12:56:15, in NOTIZIE DI CONSULENZA IN EVIDENZA, linkato 46491 volte)

Stavo facendo una ricerca di mercato per un nostro cliente che si occupa di gastronomia ed affini, quando mi sono imbattuta in un articolo che ha suscitato la mia attenzione ed al contempo ha scatenato dei bellissimi ricordi.


Sarà che ricordo con piacere le merendine di quando ero piccola, sarà che sono diventata mamma da neanche 2 mesi e mi sto già informando sulla corretta dieta del bambino, ma ho letto con piacere quanto scritto da M.Viani, che spero accetti ben volentieri di essere presente sul nostro sito, così da poter parlare di qualche marchio che ha fatto la storia della merenda.
 

Esiste addirittura un sito www.merendineitaliane.it , che si occupa di alimentazione e benessere con focus sulla merenda e sulle merendine, che ricorda anche la ricorda anche l’etimologia della parola “merere” ovvero meritare, infatti la merendina dovrebbe essere un metodo per gratificare un bambino. Oggi è una vera e propria abitudine alimentare e tipicamente made in Italy !!


Si inizia così …
 

“Chi non ha mai fatto merenda? Nessuno. La merendina è un prodotto dolce da forno, oggi consumato perlopiù nella sua versione industriale, confezionata in singole porzioni a base di pandispagna, pasta frolla, o pasta brioche, semplice o farcita, nata per fornire un’alternativa veloce alla tradizionale merenda casalinga o alla colazione fatta al bar.”
 

LA PRIMA GENERAZIONE DELLE MERENDINE: IN PRINCIPIO FU IL MOTTINO E IL MITICO BUONDI’
 

La prima generazione nasce nei primi anni 50 con il Mottino: un panettone mignon trasformato, per intuizione di uno dei padri dell’industria alimentare italiana -Angelo Motta- in pratico fuori-pasto. Un prodotto che può, di diritto, fregiarsi del titolo di capostipite di tutte le merendine. Nelle confezioni del Mottino, veniva regalata la carta d’identità del panettoncino stesso, con tanto di foto all’interno, dati anagrafici e analisi chimico/fisica..La vera svolta “culturale”, però, si ebbe nel 1953, quando il Mottino si trasformo nel Buondì, marchio che a partire dal 2006 è di proprietà del gruppo Bistefani, che divenne, in breve tempo, il nuovo must per la colazione degli italiani. Tanto che, a casa come al bar, la frase “cappuccio e brioche” si tramutò, ben presto, in “cappuccio e Buondì”.


ANNI SESSANTA: BRIOSS E FIESTA, INIZIA L’ERA DELLE MERENDINE DI “PRIMA GENERAZIONE”
 

Negli anni ’60, iniziò anche la produzione del Pandorino formato mignon del tipico dolce natalizio veronese, la cui marca di riferimento è Bauli. Negli stessi anni, però, oltre ai dolci tipici delle feste, ad essere riproposte sottoforma di merendine furono soprattutto le torte casalinghe, dagli ingredienti semplici e di facile lavorazione, che diventarono per l’industria dolciaria italiana lo spunto per le merendine di “prima generazione”, a base, cioè, di pasta margherita, pandispagna e pastafrolla, variamente farcite con confettura o cioccolata. Nel 1961, ad esempio, arriva sul mercato la Brioss, uno dei primi prodotti di successo della Ferrero: soffice trancino di pandispagna, semplice negli ingredienti e nella lavorazione proprio come un dolce casalingo. Farcito con marmellata di albicocche o di ciliegie, legò il suo successo anche alle prime raccolte punti, tra le quali il famoso concorso promozionale “una giornata con il tuo calciatore preferito” che segnò, letteralmente, un’epoca. Stesso anno, altro grande classico dell’azienda dolciaria di Alba, arriva la Fiesta, morbido pandispagna con una bagna al profumo di arancia e curacao ricoperto di cioccolato, una ricetta sofisticata resa possibile dall’innovazione tecnologica. Questa merendina giocherà da protagonista nell’era di Carosello. Il jingle dei “Ricchi e poveri” e i tormentoni “Fiesta ti tenta tre volte tanto”, “Nutre che è un piacere” o “Non ci vedo più dalla fame” diventano presto familiari per i consumatori italiani.
 

ANNI SETTANTA: ARRIVA LA GIRELLA E LE PRIME MERENDE DEL MULINO BIANCO
 

Nel 1973 è la volta della Girella, prima vera merenda golosa dedicata ai più piccoli, entrata nella storia del costume per l’inconfondibile forma a spirale, da mangiare in mille modi diversi, e per la rèclame a cartoni animati che vede tutt’oggi l’indianino – Toro Farcito – costretto a difendere la sua merendina preferita dagli assalti del Golosastro, che vuole rubargliela. E’stato il primo prodotto ad inserire una sorpresa all’interno delle confezioni, inaugurando l’accoppiata merendine/sorpresine che ancora oggi fa la gioia di tanti collezionisti. Nel 1975, è la volta di Kinder Brioss, nel 1978 si avvia la “Linea merende” della Barilla. Assieme ai prodotti oggi dimenticati dei Dondoli e delle Trottoline nascono due “grandi classici”: il Saccottino, brioche lievitata farcita all’’albicocca, al cioccolato o alla crema, e la Crostatina, mini torta di pasta frolla in due versioni, alla marmellata e al cioccolato, apprezzati dai bambini anche per le divertenti sorpresine in scatola che si trovavano in ogni confezione. Gli anni ’70 sono anche quelli che legano, nell’immaginario comune, le merendine a personaggi come Il Mugnaio Bianco e Clementina, i protagonisti della prima campagna pubblicitaria TV del Mulino Bianco, ambientata nella “Valle Felice”, con un claim che diventerà storico: “Mangia sano, torna alla natura”…


ANNI OTTANTA: TRIONFA IL CIOCCOLATO, MA SUL FINIRE INIZIA LA STAGIONE DELLA LEGGEREZZA


Dal 1981 al 1986 si affermano sul mercato: Kinder Colazione Più, fatti con 5 diversi cereali con un pizzico di cacao, i Tegolini e i Soldini, pan di spagna farciti e ricoperti al cioccolato. Altro successo del 1986, lo Yo-Yo, che prosegue sul filone delle merendine golose al cioccolato e che fa il verso alla moda dei “paninari”. Sul finire del decennio le merendine entrano però nella loro “seconda generazione”: ovvero cominciano ad adeguarsi a nuove e diverse esigenze nutrizionali dettate anche da una crescita da parte dei consumatori italiani ad un più sano e corretto stile di vita. Nelle loro ricette, ora, compaiono tra gli ingredienti anche le fibre e lo yogurt. E’ l’epoca delle Camille, soffici tortini alle carote e mandorle, e dei Plum cake, ammorbiditi dall’ aggiunta di yogurt. Sul fronte economico-finanziario, gli anni Ottanta sono segnati dall’entrata di capitale straniero, con acquisizioni che riguardano marchi prestigiosi anche nel settore alimentare. Gli anni ‘80 sono, per eccellenza, il periodo del boom delle merendine confezionate. La vastità della scelta presente nei supermercati comincia a essere un segno del successo riscosso da questi prodotti, la cui penetrazione all’interno delle famiglie italiane comincia a toccare punte significative.
 

ANNI NOVANTA: LA GENERAZIONE BIM BUM BAM SCOPRE LE MERENDINE REFRIGERATE
 

Gli anni Novanta segnano un’ulteriore rivoluzione: ad emergere sono le merendine refrigerate con latte fresco pastorizzato -Fetta al Latte, Pinguì, Kinder Paradiso - che sono golose ma apportano anche un significativo contenuto di calcio e proteine nobili. Ai bambini queste merendine piacciono molto per l’esterno al cacao, e la fresca crema al latte con cui sono farcite. La Ferrero diventa presto leader assoluto di questo mercato, che a fine decennio, ad un ritmo di crescita di circa il + 10% annuo, arriva a toccare le 8.000 tonnellate per un valore di 80 milioni di euro e una penetrazione nel 27% delle famiglie italiane. Ma sono anche gli anni di due altri prodotti di grande successo come i Flauti (1997) e Yogo Brioss (1995): in entrambi il segreto è nella semplicità. I primi riproducono l’idea del panino farcito con cioccolato, crema o marmellata, i secondi puntano invece sul morbidissimo pan di Spagna, reso soffice dallo yogurt utilizzato nell’impasto e goloso da una cremosa farcitura preparata con confettura di albicocca e yogurt. Sul finire degli anni 90 nasce anche la Croissanterie Bauli che interpreta un classico della prima colazione, morbido, gustoso e digeribile grazie alla lenta lievitazione naturale. Negli anni 90 cambiano soprattutto le occasioni di consumo e si arriva a un target sempre più ampio di consumatori: grazie anche alla riscoperta, ad esempio, della colazione all’italiana, a base di caffè, latte e brioche, il 35% degli italiani consuma, infatti, le merendine a colazione, il 20% durante il break di metà mattina, un altro 35% come merenda pomeridiana e il restante 10% in altri momenti.
 

ANNI DUEMILA: CONFEZIONI PIU’ PICCOLE, MENO CALORIE
 

Nel corso degli anni 2000, le merendine vivono una fase di radicale cambiamento e ripensamento. Da una parte una nuova etica della produzione spinge le aziende a rivedere i propri prodotti di successo alla ricerca del miglior equilibrio tra leggerezza e gusto. Dall’altra una competizione sempre più forte sul mercato, vede nell’innovazione di prodotto l’arma vincente per le aziende di marca, anche nei confronti dei prodotti imitativi delle private label e delle aziende più piccole con posizionamento sui discount. Sempre il progresso tecnologico permette la nascita di nuovi materiali e nuove tecniche di confezionamento che consentono di salvaguardare meglio la freschezza del prodotto e le sue caratteristiche di gusto e morbidezza con un occhio più attento anche alle risorse ambientali. Diminuisce anche l’apporto calorico complessivo (da circa 200 kcal a 170-180 kcal, per le più sostanziose, rispetto a una media di circa 130-150 kcal per le più leggere, ma ci sono anche merendine che hanno appena 100 kcal). Cala la quantità di zucchero e di grassi saturi ma soprattutto spariscono i grassi idrogenati e con essi gli acidi grassi trans che ne derivano (oggi ce ne sono meno di 0,1 % in una merendina). E l’obiettivo è di continuare su questa strada – all’interno di un percorso condiviso con il Ministero della Salute – per arrivare a dei prodotti ancora più alleggeriti in grassi saturi, zuccheri e calorie (entro il 2014) di un ulteriore 5%.


M.Novella Fabbri
 

© M.Viani
 

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Di Massimo Vasi (del 02/06/2012 @ 08:50:11, in Consulenza Online Gratuita, linkato 27538 volte)

Riceviamo una domanda da Armando e la pubblichiamo integralmente insieme alla risposta del nostro staff

 
Domanda

Egregio Dottore, ho un laboratorio artigianale di panificazione e produco quasi tutti i tipi di pane e pasticceria da forno. Nonostante distribuisco direttamente i miei prodotti nella mia zona e quindi dovrei guadagnare di più perché salto il passaggio degli intermediari commerciali, da almeno cinque anni vedo che gli utili si riducono sempre di più e a stento ormai riesco a mantenere in vita la mia azienda. Che succede? Perché prima, con la stessa struttura e producendo le stesse cose per lo stesso mercato, riuscivo a vivere bene e ad avere anche la possibilità di pensare a crescere?

Armando

 

Risposta (a cura del Dott. Massimo Vasi)

Caro Armando, il punto è che non è più lo stesso mercato! Oggi qualsiasi settore è affollato di concorrenti diretti ed indiretti, grandi e piccoli, che seguono le regole oppure no. In un ambiente competitivo così turbolento e selettivo non si può andare avanti per inerzia gestionale, cioè affidarsi solo all’esperienza ed a quello che si è sempre fatto; in un settore come quello della panificazione, per esempio, bisognerebbe elaborare continuamente delle analisi di economicità sia nelle diverse fasi della filiera (produzione e distribuzione, nel suo caso), sia nelle tipologie di produzione e finanche nei singoli prodotti. Ogni azienda dovrebbe conoscere con la massima precisione possibile la reale attribuzione dei costi ad ogni singolo prodotto, cioè quanto effettivamente produce in termini di marginalità ogni singola vendita. Si tratta di un discorso complesso che non può essere esaurito in questa sede, ma per fornirle qualche indicazione le dirò che dovrebbe istituire immediatamente un sistema di Controllo di Gestione piuttosto dettagliato, così da individuare le attività, le produzioni ed i prodotti che apportano più o meno beneficio in azienda e come, se possibile, trovare un modello produttivo o di gestione che minimizzi i costi senza deprimere le vendite. Ripeto, è sicuramente un’attività abbastanza complessa, ma nei mercati attuali l’improvvisazione, l’approssimazione e la cecità nel controllo portano solo, prima o poi, alla rovina.

Ci contatti per farsi aiutare a raggiungere i suoi obiettivi.

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Di Massimo Vasi (del 02/06/2012 @ 08:39:52, in Consulenza Online Gratuita, linkato 28610 volte)

Riceviamo la domanda di Giovanna e la pubblichiamo integralmente insieme alla risposta del nostro staff

 
Domanda

Vorrei sapere come mai dai conti del mio Commercialista risulta che anche quest’anno devo pagare un bel po’ di tasse varie ed invece ho sempre problemi di liquidità. Per quanto ne so le tasse si pagano sul reddito d’impresa, ma allora perché di questo reddito non mi resta niente?
Grazie. Giovanna

 

Risposta (a cura del Dott. Massimo Vasi)

Cara Giovanna, le spiegazioni possono essere diverse e dipendono dalla situazione economica e finanziaria della Sua azienda. Un primo motivo di questa palese discordanza potrebbe essere nel fatto che il reddito prodotto non è momentaneamente disponibile. Di solito l’imprenditore che non tiene sotto controllo continuo i propri conti, percepisce soltanto la dimensione finanziaria dell’azienda, ovvero il flusso delle entrate e delle uscite monetarie di qualsiasi tipologia ed estrazione; invece la tassazione riguarda l’aspetto economico, cioè la produzione di reddito e quindi (mi passi la grossolana semplificazione per non entrare nei dettagli delle varie tipologie di imposte) quanto risulta dal saldo netto tra la valorizzazione della produzione in uscita (Ricavi) ed il valore dei fattori produttivi in entrata (Costi). In pratica, basta che i crediti verso i clienti siano cresciuti o che i rimborsi di vecchi debiti di finanziamento siano superiori al reddito prodotto ed ecco che le risorse monetarie correnti non sono più sufficienti neanche a pagare le imposte. Altro motivo potrebbe essere che lei ha già utilizzato per le esigenze private tutto il reddito prodotto o anche di più: non è raro l’errore commesso dagli imprenditori di scambiare i Ricavi con il Reddito!

Ovviamente possono esserci altre motivazioni, ma queste sono fra le più comuni.

Se ha bisogno di approfondire l’argomento o gradirebbe altre delucidazioni, ci contatti direttamente e la serviremo con piacere

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